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Nato a Casal di principe – Amedeo Letizia, Paola Zanuttini

Com’è Casal di Principe visto da dentro? E soprattutto, com’è se a raccontarlo è un casalese? Uno che ha avuto un fratello assassinato e che da quel luogo, simbolo del male, della Camorra, del Sistema (dopo l’aggiornamento di cui ci ha informato Saviano in Gomorra) si è allontanato. Ma mai separato del tutto. Amedeo Letizia oggi è un produttore cinematografico, in televisione è stato uno dei Ragazzi del muretto. Ed è Nato a Casal di principe, come si intitola il libro pubblicato da Minimum Fax e scritto assieme alla  giornalista di Repubblica Paola Zanuttini. La sua è una storia in sospeso. Come in sospeso è rimasta, per alcuni versi, la storia della sua famiglia, segnata dalla morte violenta del  fratello. Per ripercorrerla, ripensarla, Letizia ha accompagnato la Zanuttini in un viaggio di ricognizione nella terra diventata simbolo del commercio mondiale della mozzarella di bufala, ma anche di sangue e traffici criminali di ogni tipo. E’ tutto qui? Lo abbiamo chiesto alla co-autrice.

Paola, come è nata l’idea di lavorare a questo libro, nato dalla storia di Amedeo Letizia e diventato un romanzo-inchiesta?
“Ci siamo trovati per via di amicizie comuni, avevo declinato l’idea di scrivere una sceneggiatura basata su un viaggio in Giamaica. In redazione arrivarono belle foto di Casal di Principe e venne la voglia di andare in quei luoghi per raccontarli, se possibile, facendo emergere dettagli ignorati dalle inchieste di cronaca criminale o da Gomorra, con questo intendo sia il libro che il film. A quel punto ho chiesto ad Amedeo di accompagnarmi. E’ stato lui a consigliarmi di non rivelare il mio lavoro giornalistico e perfino di nascondere la mia vera identità. Così è cominciato il viaggio, con impressioni subito diverse da quelle che ciascuno di noi spettatori e lettori ha avuto della gente di quella zona. Niente scintillii, zero colori sgargianti e volgari. Ho trovato gente riservata, paesani gran lavoratori, anche un po’ torvi, se vogliamo”.

Quali sono stati i punti fermi del lavoro di scrittura?
“Intanto evitare di trasformare Amedeo in un santino, pur tenendo in considerazione il suo coraggio e il dolore del passato. Poi mantenere l’approccio tipico dell’inchiesta giornalistica. Quindi niente retorica e nessun facile sentimentalismo”.

Ci sono aspetti positivi dei casalesi che sono emersi durante la vostra ricognizione sul campo?
“Beh, direi il coraggio. Vivere, studiare, lavorare, sposarsi circondati da un humus così fertile per la criminalità organizzata non è impresa da tutti. La camorra è ovunque, esistono collegamenti per coinvolgimento diretto, oppure di tipo familiare, amicale, affettivo. E’ un intreccio così fitto che pare impossibile sottrarcisi, eppure c’è chi coltiva altre prospettive e valori differenti”.

Di recente un rapporto sullo stato del territorio casalese, dunque al confine tra la provincia di Caserta e quella di Napoli, ha mostrato come il livello di avvelenamento ambientale raggiungerà soglie record entro il 2060. Ma qual è il rapporto dei casalesi con la terra che abitano?
“Mentre lavoravo al libro assieme ad Amedeo, mi chiedevo: cosa provano queste persone immerse nell’odore di spazzatura, o mentre vanno a lavorare sui treni come pendolari e vedono le campagne, così fertili, interrotte da colline di rifiuti? E’ tutto molto misterioso, e quel senso di mistero, di riservatezza, la gente se lo porta appresso da tempi antichi. La natura svela ma anche nasconde, da sempre. Un sacco di roba è interrata, nessuno, tranne coloro che gestiscono i traffici illegali, sa davvero cosa si cela sotto il suolo di quel territorio. Che è stato devastato grazie alla connivenza degli amministratori politici e al silenzioso benestare della comunità. Direi che è un rapporto ambivalente e credo che sia rimasta una certa paura legata alla terra, perché il mestiere dell’agricoltore è sempre stato esposto a rovesci improvvisi”.

In un altro passo del libro si parla del fortissimo uso di psicofarmaci che si fa da quelle parti, criminali compresi. Perché?
“Per vincere la paura, una paura atavica. Nel caso dei camorristi, la madre di tutte le paure, un’autentica ossessione: quella del tradimento. Negli altri casi, l’insicurezza contadina legata ad un territorio tra i più fertili d’Italia ma che storicamente è stato a lungo isolato. Ed un culto della forza maschile, della bravata, che viene dai mestieri mediante i quali si tenta di dominare la natura. La devianza criminale ha fatto il resto. Nella mancanza di pace si cerca sollievo in maniera artificiale, farmacologica”.

Da dove parte il riscatto di Casale di Principe e altre zone flagellate dalla camorra?
“Il riscatto parte sempre dalla cultura, da associazioni come Libera di Don Ciotti che sono al centro di molte iniziative che coinvolgono la comunità, i giovani, i bambini nell’immaginare e costruire un altro modo di vivere. La scuola è fondamentale e pure la diffusione di informazione, dato che a Casale non esistono librerie e spesso i giovani sono annoiati. La noia è da combattere, se no diventa il primo terreno da cui rispunta la criminalità. Dunque scuola e altre iniziative di educazione sociale per sradicare dalla mente di quella gente l’idea che le cose vanno così perché lo Stato è assente. Ciascuno deve abbandonare gli alibi e cominciare ad esaminare se stesso”.

Intervista di Cristiano Sanna



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