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” Ammazziamo il gattopardo ” di Alan Friedman

Perché l’Italia è precipitata nella crisi peggiore degli ultimi trent’anni? La colpa è della Germania, dell’austerity imposta dall’Europa, della moneta unica? O della mediocrità della classe dirigente? Esiste una via d’uscita, una ricetta per rifare il Paese? Per rispondere a queste domande, Alan Friedman, forse il giornalista straniero che conosce meglio la realtà italiana, parte da quegli anni Ottanta in cui l’Italia era la “quinta potenza economica del mondo” e pareva avviata verso una vera modernizzazione per arrivare fino alle drammatiche vicende degli ultimi anni. Attraverso conversazioni con i protagonisti dell’economia e della politica, da cinque ex presidenti del Consiglio (Giuliano Amato, Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Massimo D’Alema, Mario Monti) a Matteo Renzi, Friedman fa luce su retroscena che nessuno ha finora raccontato. Il racconto delle vicende politiche degli ultimi anni assume una nuova luce, rivelando ciò che spesso è stato omesso o taciuto. E si combina con un ambizioso e sorprendente programma in dieci punti per rimettere il Paese sul binario della crescita e dell’occupazione. Il tempo delle mezze misure è finito, e Friedman, in questo libro coraggioso, offre una ricetta di riforme di vasta portata.  Editore : Rizzoli ( Collana Saggi Stranieri ) – Pubblicazione : 2014 – Prezzo : Euro 18,00

 

La recensione di IBS

Dove si ferma la storia, riportata nei manuali scolastici, inizia la cronaca. Quella che viene riportate nelle pagine di questo avvincente saggio è però Cronaca con la C maiuscola, scritta da un giornalista di razza, osservatore privilegiato della realtà italiana degli ultimi trent’anni. Alan Friedman, volto noto del giornalismo, di nazionalità americana e giovane collaboratore del presidente Carter, viene inviato in Italia negli anni Ottanta dalle testate economiche per cui collabora, il “Financial Times” di Londra, l’“International Herald Tribune” e il “Wall Street Journal”. È produttore e conduttore di numerosi programmi giornalistici negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Italia, dove vive da molti anni.
Il racconto che Alan Friedman fa della recente storia politica italiana e la sua lettura della situazione economica attuale non smette di incuriosire il pubblico e gli addetti ai lavori, che hanno accolto questo suo ultimo lavoro, quasi un’inchiesta, con un crescente favore. Il motivo è molto semplice: Friedman usa il linguaggio diretto, tipico del giornalismo anglosassone, per descrivere la situazione italiana degli ultimi trent’anni, dalla “Milano da bere” al governo Renzi, illuminando con aneddoti, interviste ai protagonisti, retroscena, i momenti oscuri della nostra storia recente. Da Mario Monti, suo grande amico da quando era Rettore dell’Università Bocconi, a Carlo Azeglio Ciampi, servitore dello Stato sin dai tempi in cui presiedeva la Banca d’Italia, dal Berlusconi delle tv locali ai salotti romani, tutti i grandi personaggi che hanno determinato le sorti della politica italiana sono finiti sotto la lente d’ingrandimento del giornalista americano.
Senza tralasciare nomi, date, luoghi di incontro e anche lobby di appartenenza, Friedman dipinge un quadro chiaroscuro del “salotto buono” dell’imprenditoria italiana e imbastisce una vera e propria inchiesta a tutto tondo che ha come obiettivo rivelare le ragioni di quello che il giornalista considera come la vera piaga della politica italiana: la sua endemica incapacità di cambiamento, la resistenza al nuovo, la conservazione dello “status quo”. Si tratta in fondo dell’atteggiamento tipico di certi italiani che il noto scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha saputo ben descrivere nel romanzo “Il gattopardo”. In quelle pagine il giovane Tancredi, aristocratico prestato alle fila dei garibaldini, dice al suo vecchio zio latifondista di lasciarlo fare, di lasciarlo partecipare a quella finta rivoluzione, perché in Italia “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
“I venti anni alle nostre spalle” – prosegue Friedman citando un’intervista di Ernesto Galli della Loggia al Corriere della Sera – “i venti anni dell’era dominata sì da Berlusconi, ma in cui sulla scena c’erano pure tutti gli altri, pure tutti i suoi avversari, sono stati gli anni perduti della nostra storia repubblicana, i più inconcludenti e i più grigi. Gli anni della nostra dissipazione”. Colpa del Gattopardo? A sentire Friedman sembrerebbe di sì. C’è un solo modo davvero efficace e di certo non più rinviabile per uscire da questa situazione di totale stallo: avere il coraggio di fare delle vere riforme per il Paese. La ricetta del giornalista americano è dettagliata, gli obiettivi ambiziosi, il percorso da seguire impervio, ma alla fine il risultato sarà quello che ormai appare necessario e urgente per la nostra sopravvivenza.
Abbattere il debito pubblico, creare nuovi posti di lavoro, tutelare le fasce più deboli, tagliare le pensioni d’oro, promuovere l’occupazione femminile, ridisegnare la pubblica amministrazione, tagliare gli sprechi della sanità e delle Regioni, istituire una patrimoniale leggera ma equa, liberalizzare i servizi nell’interesse del consumatore, varare una nuova politica industriale di investimenti mirati. L’agenda di governo sembrerebbe già scritta, come un Piano Marshall per avere una crescita duratura. Prima però bisogna ammazzare il gattopardo.



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